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La Corte Costituzionale Riduce il Requisito di Residenza per il Reddito di Cittadinanza a 5 Anni
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Il Reddito di Cittadinanza: Una Sentenza che Rivede i Requisiti di Residenza e la Parità di Trattamento per i Cittadini UE
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Discriminazione e Residenza: La Corte Dichiara Illegittimo il Requisito Decennale per il Reddito di Cittadinanza
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Reddito di Cittadinanza: La Corte Costituzionale Ridefinisce il Requisito di Residenza in Ottica Europea
Reddito di Cittadinanza: Riduzione del Requisito di Residenza a 5 Anni
Con la sentenza n. 31/2025, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità del requisito di residenza decennale per l’accesso al Reddito di Cittadinanza. Secondo i giudici, tale norma costituiva una discriminazione indiretta nei confronti dei cittadini dell’Unione Europea, risultando incompatibile con i principi costituzionali e le normative europee.
La Corte Costituzionale ha affrontato una questione delicata riguardante il Reddito di Cittadinanza e la sua conformità ai principi fondamentali della Costituzione italiana e del diritto comunitario. In particolare, la decisione riguardava l’art. 2, comma 1, lettera a), numero 2) del decreto-legge n. 4 del 28 gennaio 2019, convertito nella legge n. 26 del 28 marzo 2019, che imponeva ai beneficiari del Reddito di Cittadinanza di risiedere in Italia per almeno dieci anni, di cui gli ultimi due continuativi. Questo requisito, secondo i ricorrenti, penalizzava i cittadini dell’Unione Europea, limitando loro l’accesso a questo beneficio.
Il caso era stato sollevato dalla Corte d’Appello di Milano, nell’ambito di una controversia tra alcuni cittadini romeni e l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (INPS), riguardante la sospensione del Reddito di Cittadinanza per la mancata soddisfazione del requisito di residenza decennale. I ricorrenti ritenevano che questa condizione violasse i principi di uguaglianza e non discriminazione, come stabilito dalla Costituzione italiana (art. 3) e dal diritto dell’Unione Europea, in particolare gli articoli 21 e 34 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE (CDFUE), l’art. 24 della Direttiva 2004/38/CE e l’art. 7, paragrafo 2, del Regolamento (UE) n. 492/2011.
Il Principio di Non Discriminazione nel Diritto Europeo
Al centro del dibattito giuridico c’era l’interpretazione del principio di non discriminazione, fondamentale nel diritto europeo. La Corte di Giustizia dell’UE ha ripetutamente sottolineato che le condizioni per l’accesso alle prestazioni sociali nei vari Stati membri devono rispettare il principio di parità di trattamento, garantendo che i cittadini dell’UE non siano sottoposti a requisiti più severi rispetto a quelli dei cittadini dello Stato ospitante.
In particolare, nella sentenza delle cause riunite C-112/22 e C-223/22, la Corte di Giustizia ha stabilito che il requisito di residenza prolungata possa costituire una discriminazione indiretta, se crea ostacoli sproporzionati nell’accesso alle prestazioni. Sebbene i requisiti di residenza possano essere giustificati dalla necessità di sostenere finanziariamente il sistema assistenziale, essi non devono comportare discriminazioni ingiustificate. Inoltre, nella sentenza Dano (C-333/13), la Corte ha precisato che gli Stati membri non sono obbligati a concedere prestazioni sociali ai cittadini UE economicamente inattivi, ma ogni restrizione deve rispettare i principi di proporzionalità e non discriminazione.
La Decisione della Corte Costituzionale
La Corte Costituzionale, nel dichiarare illegittimo il requisito della residenza decennale, ha fatto riferimento sia ai principi costituzionali italiani sia al diritto europeo. Ha stabilito che tale requisito rappresentava una discriminazione indiretta, penalizzando i cittadini dell’UE rispetto a quelli italiani, che con maggiore probabilità avrebbero soddisfatto il requisito.
La Corte ha ribadito che sebbene la residenza possa essere un criterio legittimo per accedere alle prestazioni assistenziali, essa deve essere proporzionata e non arbitraria. Il requisito decennale non è stato considerato “ragionevole” nel contesto del Reddito di Cittadinanza.
Un aspetto cruciale della sentenza riguarda la riduzione del requisito di residenza da dieci a cinque anni, con la condizione di residenza continuativa negli ultimi due anni. La Corte ha ritenuto che il requisito decennale fosse troppo gravoso e non giustificato in modo adeguato rispetto agli scopi della misura.
Le Conseguenze della Sentenza
La sentenza, pur riguardando un’ormai obsoleta versione del Reddito di Cittadinanza, rappresenta un importante punto di riferimento nell’interpretazione dei criteri di accesso alle prestazioni sociali in Italia. Di conseguenza, il legislatore italiano dovrà adattarsi alla decisione della Corte, eliminando il requisito di residenza decennale e adeguandosi così ai principi europei.
Questa dichiarazione offre anche la possibilità di riconsiderare le domande di Reddito di Cittadinanza respinte a causa del requisito di residenza, aprendo la strada a possibili richieste di risarcimento per i benefici non percepiti.
Un altro aspetto rilevante della sentenza è la definizione del Reddito di Cittadinanza non come una misura assistenziale pura, ma come uno strumento che integra politiche attive del lavoro e di inclusione sociale. Questo elemento è stato fondamentale nella valutazione della legittimità del requisito di residenza. Sebbene le prestazioni di sostegno al reddito possano giustificare criteri più restrittivi, quelle orientate all’inclusione lavorativa devono rispondere a principi di equità e proporzionalità.








